Max




Una poesia di Isadora, dedicata a Max, un piccolo cane dal cuore grande.

Un vecchio proverbio ...

Un vecchio proverbio africano dice:

”Ogni giorno un leone si sveglia e sa che deve correre se vuole prendere una gazzella, ogni giorno una gazzella si sveglia e sa che deve correre se vuole salva la vita.......” LA CACCIA
Fin dai primordi, l’uomo è stato cacciato e cacciatore.La preda e il predatore combattevano ad armi pari.La forza dei muscoli, la velocità, l’astuzia...L’uomo primitivo finché agiva da solo e senza armi era senza dubbio il più debole, non aveva artigli, solo la forza: nelle gambe nella corsa e nelle braccia nell’arrampicarsi. Così come le scimmie oggi. Poi quella scintilla che noi chiamiamo intelligenza sviluppò le prime armi, nacquero lance, asce, pugnali e l’ultimo grido: l’arco, l’arma più letale per quei tempi. E gli animali, pian piano ebbero la peggio, ma non rischiavano più di tanto, erano cacciati ancora e solo per la sopravvivenza. I soccombenti, così come oggi accade nel regno animale, il più delle volte erano animali vecchi, o cuccioli sprovveduti o abbandonati.Ma l’animale caccia per sopravvivere, è il ciclo della vita. Oggi l’uomo in un trionfalismo di armi super moderne non dà scampo al povero animale, non si contenta di allevarlo in batteria, in una squallida sequenza “nasci-mangi-muori”, no fa dello… “SPORT” con il fucile ultimo modello per boschi e pianure sparando a questo e a quello e per fortuna ogni tanto riporta a casa un collega impallinato al punto giusto, ma non per questo demorde. Il gusto di sparare... come l’insana usanza del tiro al piccione. Il piattello forse troppo difficile! Che gusto c’è ad uccidere senza un motivo plausibile un essere vivente che non sa dove sei, che non ti vede, che non sa che quella distanza che lui pensa sia di sicurezza è effimera in quanto l’uomo con la sua arma la supera agevolmente.
Questa è la caccia, uno “sport” in cui uno, l’uomo, bara in continuazione. Che gran tiratore! Uccidere uccelli al passo, sparando nel mucchio una rosa di pallini , bravissimo!!! Poi il tocco finale alla nostra stupidità è l’eleganza della pelliccia.... ma come le donne spendono cifre in depilazione e poi eccole disposte a tutto per rivestirsi di peli? Ma quei peli non sono i suoi, sono di poveri esseri squartati con raffinatezza: visoni, volpi, linci, castori, ermellini ecc. Certo, anche le trogloditi indossavano la pelliccia, ma non avevano altro....Il gentil sesso, in tutti questi secoli non è andato avanti, si veste ancora con la pelliccia ma, attenzione, ha seguito la “ moda” .Ma i nostri antenati, avevano conquistato quella pelle, si erano nutriti con quella carne, in una lotta alla pari, dove il più debole aveva perso.
Oggi non è così. Oggi si usa la raffinatezza, la precisione…!
Questi poveri esseri, indifesi e ignari, vengono allevati per conoscere la morte al momento giusto, così si controlla il loro peso, la lunghezza del pelo, l’età, ecc.
Nulla è lasciato al caso, in modo che possano “rendere di più”, possano soddisfare maggiormente…
Siamo proprio sicuri di essere più civili di allora?
Direi proprio di no, opinione che si super rafforza al solo vedere l’atrocità che commettiamo sulla banchisa ai danni delle piccole foche.
Ho detto bene: commettiamo.
Infatti, al di fuori di formali righe di biasimo, chi ci rappresenta e potrebbe fare, nulla fa o muove.
Troppo scomodo! Troppi interessi in gioco! Meglio avere le mani piene di sangue che vuote di danaro… a.d.b.c.

Nerone

Sembra preistoria, eppure è successo nel 1982.
Davanti al cancello di una villa, la notte di Natale, un umano depositò in una cesta, ben coperto, un cucciolo.
Conobbi Nerone due anni dopo, quando mi trasferii in un appartamento di quella villa.
Era un enorme cane tutto nero; il padrone mi assicurò che, sebbene fosse il terrore dei postini e di chiunque si avvicinasse al cancello, era innocuo, non invadente e che mai sarebbe entrato in casa. Viveva libero e sempre fuori.
Questo mi preoccupò non poco. Come avrebbe reagito Gea?
Durante i quattro anni trascorsi insieme si era dimostrata affettuosa e timorosa, ma diventava una furia quando c’imbattevamo in un cane dell’altro sesso.
Appena arrivata, presi in braccio Gea, evitai Nerone e la sistemai su un balcone. Quando aprii per farla rientrare notai Nerone che, a distanza, guardava su.
Conoscevo la reazione che lei avrebbe avuto perciò, per portarla fuori, le misi un guinzaglio corto. Nerone ci seguì con molta discrezione; nessuna reazione da parte di Gea.
Dopo qualche mese azzardai a lasciarla libera, tenendomi nei pressi.
Passeggiarono, corsero e giocarono insieme per sette anni, come due semplici amici anche quando lei era in calore.
Cosa si siano detti al loro primo incontro non lo saprò mai.
Per tutto il tempo che Gea stette male e la portavo in giro cercando di salvarla, Nerone, incurante del caldo e dei richiami del padrone, ci aspettava dietro al cancello, poi si piazzava davanti alla porta del mio appartamento e mangiava solo se gli si portava lì il cibo.
L’ultimo giorno di vita si lanciò ripetutamente contro la porta e io, disperata per la mia piccola, aprii urlando: “Sparisci, vai via!”. Mi urtò violentemente, corse nella stanza dov’era Gea e si accucciò vicino a lei silenzioso e immobile.
Era il 24 luglio 1991

Nerone, amore e sesso

Dieci giorni dopo la morte di Gea presi un’altra cagnetta randagia abbastanza simile a Gea, cui detti nome Mir Pamiath: Pace Ricordo.
Speravo che, da una parte mi desse un po’ di pace dopo la perdita di Gea e, dall’altra, me la ricordasse sempre.
Due mesi dopo tornai con lei da Nerone.
Come un pazzo, entrò in auto, poi in casa, ispezionò tutto, poi per giorni sparì.
Ignorò Mir.
In seguito la trattava con sufficienza, la sopportava.
Mir gli faceva moine d’ogni genere, gli stava sempre vicina, sempre attenta a fare quello che lui si aspettava da lei e pian piano Nerone cambiò.
Quando Mir era in calore Nerone piangeva davanti alla porta e Mir dalla parte interna.
Nell’ultimo anno vita, quasi si rendesse conto che “bisognava stringere i tempi” perché era malato (nessuno di noi lo sapeva) divenne insopportabile: le faceva serenate notturne che si traducevano in latrati, ululati, suoni strani, a volte dolci, altre forti che non ci permettevano di dormire.
Il motivo?
L’ho chiesto a un noto etologo e studioso del comportamento animale.
Gea aveva un carattere dominante e non accettava la superiorità del maschio e Nerone, innamorato, la rispettò e amò sempre.
Mir, invece, scatenò in lui la passione.

Sono tanto diversi da noi? Certo, anni luce. perché sono migliori di noi.

Un animale maschio non violenterà mai una femmina e qualche giornalista che afferma il contrario, dovrebbe documentarsi

Isadora

R E P P E R

Il giorno rubava posto alla notte schiarendo il cielo e spegnendo le stelle, quando Peppe si alzò di buon'ora come ogni domenica e andò a scrutare, attraverso i vetri della cucina, quello spicchio d'orizzonte che era possibile vedere sopra le cime degli alberi di recinzione del giardino, mentre Repper gli scodinzolava festoso fra le gambe.
Formidabile quel cane! Riusciva infallibilmente a intuire se era giorno dedicato all'escursione in montagna o meno: nei giorni no se ne stava tranquillamente a cuccia, nei giorni sì iniziava ad agitarsi mezz'ora prima dello squillo della sveglia.
Repper fu regalato quando aveva appena quaranta giorni dalla figlia maggiore di Peppe alla sorella più piccola in occasione del suo dodicesimo compleanno. Poésia si presentò allo spegnimento delle candeline portando al guinzaglio un traballante buffo batuffolo nero con le estremità delle zampe color nocciola, come se indossasse quattro calzini, una coda ad uncino, come la protesi del famoso Capitano, e due orecchiette che non potevano pendere più di quanto pendessero.
"Tanti auguri, Tenacia. Ti presento Repper. E' tuo!"
Tenacia lo prese subito fra le braccia e lo iniziò a carezzare col trasporto tipico di tutti i bimbi nei confronti dei cuccioli e poi lo osservò e lo rimirò con quell'attenzione e concentrazione che presagivano i suoi futuri studi veterinari. L'unica non entusiasta dell'arrivo era la madre che, non appena ripresasi dal disorientamento della sorpresa, brontolò: "Mo ce manche suole lu cane a 'sta case", e dopo una pausa messaggera di dinieghi mitragliò: "Dovelomettiamo chilopulisce chiglifadamangiare chiloportaspasso chiloportadalveterinario poisescavalebuche sesiammala semorde sefalacaccanelgiardino." Asfittica riprese fiato e, lanciando occhiate di fuoco all'ignaro cucciolo, sentenziò:" 'Stu cane a 'sta case 'nci cape."
Peppe che amava profondamente la natura e i suoi veri protagonisti e che fino ad allora era stato in disparte, con l'autorità propria del pater familias proferì candidamente: "Ci penso io" e Repper entrò di diritto a far parte della famiglia. In verità fu poi Brontòlia a spazzolare ogni giorno il cucciolo, a fargli da mangiare, a portarlo dal veterinario, a colmare le buche amorosamente e diligentemente scavate, a riparare gli squarci ostinatamente aperti nella rete di recinzione, a nettare dalle famigerate cacche ogni angolo del giardino. E lo fece di buon grado, poiché anche lei si affezionò profondamente a quel campione di simpatia a quattro zampe.
Per cuccia gli fornirono una cassetta della frutta sul cui fondo sistemarono un vecchio plaid. L'improvvisato ricovero lo contenne interamente per circa dieci giorni. Già dal quindicesimo incominciarono a debordare il muso e parte della coda. Dal trentesimo Repper riposava col tronco nella cassetta e con la testa, le zampe e la coda fuori. Cresceva a vista d'occhio. Peppe lo portava in montagna ogni giorno e correvano assieme lungo i sentieri alle falde del Morrone e della Maiella. Inizialmente seguiva timoroso il padrone, poi prese familiarità con l'ambiente, con quell'ambiente che profondamente gli apparteneva, e iniziò a precederlo, ad esplorare in ogni direzione, ad annusare dappertutto e seguire tracce scritte sul terreno e nell'aria.
Repper diventò ben presto un fascio di muscoli. Pesava quarantacinque chili ed era alto settanta centimetri al garrese. Nella neve profonda saltava come un canguro, su quella dura correva come una lepre, sul ghiaccio usava le unghie come ramponi.
Andando su e giù, copriva tre volte l'itinerario che Peppe faticosamente percorreva lungo i ripidi canalini della Maiella. La sua attività prediletta era quella di far cadere a valle un masso in equilibrio precario spingendolo col muso, per poi inseguirlo come una furia mentre rotolava, mimando così per istinto azioni di caccia. Quando poi gli si presentava l'occasione vera diventava un portento: correva, trottava con il muso rasoterra per annusare la traccia, scartava, guizzava, saltava staccando il terreno e librandosi in aria all'inseguimento di lepri, scoiattoli, volpi e cinghiali abbaiando e guaendo sotto lo sguardo compiaciuto di Peppe. Quindi tornava mesto, spossato e ansimante con le orecchie basse e con la bava alla bocca, sempre puntualmente asciutta.
Ben presto Repper iniziò ad annusare nell'aria un odore che gli procurava una nuova e strana sensazione. Non era l'odore del pericolo né della morte, non era l'odore della sopravvivenza né del cibo, era l'odore della vita e dell'amore. Di notte ululava alla luna ed alle stelle, di giorno si accucciava mesto in un angolo del giardino adagiando collo e capo sul terreno. Melanconico, con lo sguardo languido e gli occhi lucidi, sembrava che aspettasse qualcosa che gli era dovuto e che nessuno gli poteva negare.
Quel mattino saltò giù dal portellone e come di consueto si stiracchiò per scrollarsi di dosso il torpore del viaggio inarcando la groppa con il posteriore in alto, le zampe anteriori tese in avanti con il collo allungato ed un'espressione da rimbambito. Si diresse verso il cespuglio più vicino, lo annusò e ripetendo il solito rituale alzò la zampa posteriore destra e lo innaffiò con tre brevi spruzzi di orina gialla e aspra. Poi ruotò di centottanta gradi e ripeté la liturgia alzando l'altra zampa. Scorticò il terreno raschiando il manto erboso con le unghie delle zampe posteriori catapultate alternativamente all'indietro e scomparve nella pineta che costeggia il sentiero ai piedi delle Terratte. Peppe azionò la chiusura centralizzata del fuoristrada producendo un simultaneo sordo click, ripose le chiavi nella patta superiore dello zaino, che sistemò automaticamente sulla schiena adattando gli spallacci, e si avviò con passo lento e cadenzato su per il sentiero sibilando a brevi intervalli l'usitato fischio di richiamo per il suo cane.
Repper comparve all'improvviso sbucando dal luminoso giallo delle ginestre che guarnivano i margini del bosco inseguito da un altro Repper. Peppe strabuzzò gli occhi sbalordito mentre il fischio gli si affievoliva smorzandosi fra le labbra. Si arrestò, si stropicciò gli occhi con le nocche degli indici e li spalancò di nuovo per valutare più attentamente ciò che gli si presentava. La duplice visione persisteva. No, non era l'effetto della bevuta della sera precedente né la magia del posto che stimolava allucinazioni. Erano proprio due Repper! Seppur disorientato e incredulo, Peppe tuttavia notò che un solo quadrupede aveva il collare. L'altro, ad osservarlo bene, era di taglia leggermente più piccola, aveva un portamento più elegante e sinuoso, la coda più lunga, il muso più sfilato e due occhi neri, misteriosi e seducenti. Per la Maiella! era una gentilcagna. Repper era fuori di sé per l'eccitazione che andava ben oltre l'istinto. Quel particolare stato d'animo, infatti, gli scaturiva non tanto dalla conquista o dal dovere di procreare, quanto dalla gioia di trasmettere al padrone le proprie emozioni. Così scodinzolava ai piedi di Peppe con tale vigore da imprimere al corpo oscillazioni da funambolo. Poi scattava come una molla verso la compagna che era rimasta cautamente poco lontano, l'affiancava, prendeva il suo passo e con garbo le mordeva ripetutamente il collo. Quindi ripartiva come un razzo alla volta del padrone per ripetere lo scodinzolio. Chi sa quanto sarebbe durata la cerimonia se Peppe non avesse provveduto a calmarlo posandogli ieraticamente il palmo della mano sulla testa come San Francesco al lupo.
Summer, così Peppe chiamò la gentilcagna in onore della stagione incipiente, non fu da meno e dopo un iniziale atteggiamento di comprensibile avvedutezza, dettato dalla presenza dell'uomo, palesò un comportamento rispondente alle effusioni profusele. I due si inseguivano correndo talmente in sincronia da sembrare un unico animale ad otto zampe. Descrivevano ampi cerchi sul terreno erboso attorno a Peppe che li guardava felice. Poi il primo arrestava di scatto la frenetica corsa ed il secondo prontamente invertiva la direzione e da inseguitore diventava inseguito. Non esistevano ostacoli alla loro scorrazzata: cespugli, ruscelli e massi venivano superati con potente eleganza, con quella potenza e quell’eleganza che solamente la natura sa esprimere. E in armonia con la natura Summer e Repper compirono l'atto d'amore.
Sulla via del ritorno, quando il sole stava tramontando dietro le Terratte, Peppe estrasse il cellulare dalla tasca laterale dello zaino, digitò il numero di casa e informò Brontòlia dell'accaduto e circa l'opportunità di adottare Summer.
"Chi è 'sta Stamer...ah Zammer o come caspete se chiame...'na cagne!? Tu sci pazze. Nen t'azzardà a repurtà nisciune. O je, o la cagne." Brontòlia irrevocabilmente sentenziò interrompendo la comunicazione. Peppe ragionevolmente conscio di non poter barattare la moglie con un animale, richiamò Repper con uno stridulo fischio e, invitandolo a salire nel bagagliaio, lo informò a malincuore: "Sto matrimonio non s'ha da fare."
Figuriamoci se Repper, invidiabile preda del più dolce dei sentimenti, avrebbe così arrendevolmente abbandonato il proprio stato di grazia per accogliere le esortazioni del padrone. Peppe allora gli sussurrò all'orecchio che di femmine era pieno il mondo e che ne avrebbe trovato senz'altro una migliore di Summer. Tappezzò poi di succulenti fette di mortadella il vano bagagli del fuoristrada nel tentativo di prenderlo per la gola. Cercò infine di sollevarlo di peso. Vane furono le lusinghe, i tranelli, le azioni di forza. "Se così è, così sia." gridò Peppe e con la determinazione di chi deve strapparsi un dente legandolo con il filo alla maniglia della porta, convinto che la rapidità dell'azione possa lenire il dolore, mise in moto l'auto e scappò via da quel luogo maledetto, abbandonando Repper alla sua vita.
Il terreno riarso dal sole estivo accolse con sollievo le piogge autunnali. Il bosco si tinse delle sfumature del giallo e dell'arancione. Le cime delle montagne più alte iniziarono ad imbiancarsi. Quell'anno le precipitazioni furono di tale abbondanza che la coltre nevosa quasi sommerse le cime degli alberi. Una vera pacchia per Peppe che era un appassionato e irriducibile scialpinista.
Quella domenica si alzò di buon'ora, incollò con pignoleria le pelli di foca sulla soletta degli sci, regolò al millimetro i bastoncini telescopici ed i ramponi, sistemò meticolosamente le scarpette interne negli scafi degli scarponi, colmò la borraccia d'acqua arricchita con sali minerali, la infilò nello zaino già zeppo del necessario, caricò tutto nel bagagliaio del fuoristrada e si avviò nella nebbia a prendere Bepi.
Salendo di quota la nebbia si dissolse in una luminosità paradisiaca svelando uno scenario mozzafiato. La Valle Peligna era scomparsa sotto un uniforme e bozzoluto ammasso di grigi e densi vapori che sembravano contenuti, come in un immenso catino, da un'irregolare successione di montagne innevate e dai quali si materializzavano per una sorta di alchimia, emergendo isolate, le torri dei Caldora.
Parcheggiarono il fuoristrada nel piazzale ancora vuoto del rifugio Passo San Leonardo, presero un caffè al bar e, dopo aver scambiato quattro chiacchiere con il canuto gestore, si avviarono con andatura sostenuta verso la Rava della Giumenta Bianca per raggiungere la vetta di Monte Amaro.
L'ovattato silenzio dell'ambiente innevato era rotto dall'affannoso respiro dei due amici che progredivano nella neve alta e soffice con gli sci ai piedi, lasciandosi alle spalle due profondi solchi paralleli. Mentre attraversavano il bosco che appariva fatato, Peppe fantasticando si domandava se d'inverno gnomi ed elfi riposassero sugli alberi o in qualche anfratto, quando all'improvviso vide poco distante un cumulo di neve muoversi. "No, non è possibile!." esclamò sommessamente; poi gridò allibito a Bepi: "Guarda...guarda là." Intanto la neve tutt'intorno andava animandosi e da quel candore emersero cinque sagome nere, due più grandi e tre più piccole, che iniziarono presto a gagnolare. Il cane più grande scodinzolando familiarmente, si avvicinò a Peppe e gli infilò amorevolmente la testa fra le gambe. Peppe con le lacrime agli occhi e la voce rotta dall'emozione mentre lo accarezzava, corrispondendo il sentimento profusogli, commentò: "Hai messo su famiglia, Rep, vecchio mio!" e dopo aver coccolato il resto della famiglia, riprendendo il cammino aggiunse: "Lascia i cuccioli a Summer e vieni con noi...come ai vecchi tempi." Repper non ebbe tentennamenti, abbaiò qualcosa alla sua compagna e raggiunse la coppia avanzando a balzi nella neve fonda.
Uscirono dal bosco quando il sole stava prepotentemente sorgendo da Tavola Rotonda ponendo in ombra parte del canalone, che il terzetto risaliva zigzagando, e illuminando la cresta sovrastante la Valle di Femmina Morta, carica di flessuose cornici, e i contrafforti rocciosi di Monte Amaro che, stracolmi di neve ghiacciata, assumevano un bizzarro aspetto bitorzoluto. Bepi apriva faticosamente la pista, Peppe lo seguiva per sicurezza a debita distanza, Repper attardato chiudeva la fila.
Inaspettatamente Peppe udì abbaiare e, incuriosito da quel comportamento in apparenza immotivato, si volse per capirne la ragione. Repper piantato con le zampe nella neve, la coda rigida ed il corpo teso in segno di allarme, indirizzava convulsamente l'abbaiare a monte. Peppe guardò in quella direzione e vide un'enorme massa di neve scivolare silenziosamente verso di loro ribollendo e sollevando una gigantesca nube bianca che offuscava il sole. "Valanga, valanga." strillò con tutto il fiato che aveva in gola per allertare l'amico che, fuori dalla traiettoria del fenomeno, non si era accorto di nulla. Bepi si girò e vide la valanga prender velocità giù per il canalone gonfiandosi a dismisura, Peppe invertire la direzione di marcia e precipitarsi affannosamente in discesa verso il bordo dell'invaso, Repper correre fulmineamente verso l'amico. Non fece a tempo a urlare: "No Repper, via di lì, via di lì" che i due scomparvero inghiottiti da quel candido mostro.
Peppe si sentì in balia di una forza smisurata che capricciosamente a tratti lo comprimeva in basso per poi risollevarlo facendolo riemergere, a tratti lo faceva ruotare come una trottola. I suoi organi erano scossi nell'interno del corpo come i dadi nel bussolotto prima di essere lanciati. La neve gli penetrava dappertutto. Respirava affannosamente muovendo braccia e gambe nel gesto di nuotare per reggersi a galla in quell'insolito mare burrascoso, denso e sordamente roboante. Il mondo gli stava crollando addosso.
All'improvviso tutto si arrestò. La neve polverosa si dissolse magicamente, scomponendo in un tripudio di vividi colori i raggi solari. Un silenzio tombale s'impadronì della montagna. Il fronte della valanga aveva lambito i margini del bosco lasciandosi dietro un ciclopico scivolo triangolare di neve compatta e uniforme.
Peppe aveva perso la percezione spaziale del proprio corpo, non sapeva se stava a testa in giù o a testa in su. Provò a muoversi. Invano. Si sentiva costretto come il lepidottero del soprammobile di ambra della sua scrivania. Udì con chiarezza Bepi sollecitare convulsamente al cellulare l'intervento del Soccorso Alpino. "Sto qui, Bepi. Sto qui. Fà presto." avrebbe voluto gridargli. Ma quelle sillabe si smorzarono fioche nella esigua camera d'aria che gli si era creata davanti alla bocca e gli consentiva ancora di respirare.
Che destino il suo: essere tradito dalla neve che amava tanto!
Ma forse era meglio così. Meglio nel suo elemento che in un letto. Ma sì!
Stava quasi per perdere i sensi quando all'improvviso avvertì qualcosa inumidirgli il viso. Repper con uno sforzo veramente bestiale era riuscito a far cadere il sottile sepimento di neve che lo divideva dal padrone e stava manifestandogli, forse per l'ultima volta, tutta la sua dedizione.
"Come va Rep?" bisibigliò Peppe aprendo gli occhi al buio.
I battiti dei loro cuori si affievolirono, la frequenza dei loro respiri si diradò. Repper pensò a Summer ed ai suoi cuccioli. Peppe a Brontòlia, Poèsia e Tenacia. Poi il sipario calò dolcemente sulle loro vite.
Le ricerche proseguirono per giorni senza esito. Furono prima utilizzati i cani, poi fu sondato il fronte della valanga che si rivelò troppo vasto e alto per essere esaminato in modo esaustivo. Furono perfino interpellati veggenti e sensitivi, senza risultato. Infine le ricerche furono ufficialmente sospese. Solamente Bepi non si dette per vinto e continuò a sondare e scavare per settimane da solo. Voleva ad ogni costo ritrovare i corpi degli amici per consegnarli alla pietà della famiglia. Poi anche lui, esausto e scoraggiato, interruppe le ricerche.
La primavera esplose con la complicità di un eccezionale scirocco. La neve si sciolse rapidamente e fu relegata nella parte alta dei canaloni. A valle i prati si colorarono del verde dell'erba e del giallo dei fiori, mentre infiniti rigagnoli drenavano il terreno confluendo nelle acque tumultuose del Vella.
Era tempo di riprendere le ricerche. La valanga liquefatta aveva lasciato inclinati verso valle gli alberi del margine del bosco sul quale si era adagiata. Non ci volle molto ad ispezionare l'area. Furono rinvenuti gli sci spaiati e poco più in basso lo zaino con la cintura allacciata ed il collare chiuso. Dei corpi nemmeno l'ombra.
Dopo il tragico evento c'è chi giura di aver visto nelle notti di luna piena, stagliate sulla cresta di Monte Amaro, la sagoma di un uomo che cammina seguito da un cane.
Caro lettore, noi non prestiamo fede alle storie di fantasmi, ma crediamo nell'amore che tutto muove e che talvolta sublima.

Madrigale Geppino 26/05/02

MARIA IVANA TREVISANI




Non si deve ignorare fingendo di non sapere.

Dove arriva la crudeltà umana: per stendere bene la pelle introducono un filo elettrico nella bocca e nell'ano, e con queste scosse elettriche torturano ed uccidono lentamente gli animali quali ermellini, visoni, volpi, ecc. Meditate , quanta sofferenza indossate quando vi pavoneggiate con una pelliccia. C'è da chiedersi chi è il torturatore.... e chi l'istigatore, anche se inconsapevole, di queste torture ?
By Isadora

Il cane muto

Il cane muto

Trovai Gea che vagava in campagna. Era spenta, lenta, le mancava il pelo in molte parti del corpo, aveva certo dato da poco alla luce dei cuccioli e si accompagnava ad un’altra cagna più piccola di lei, ma molto vispa.
Mi si avvicinarono entrambe, mi seguirono fino all’auto e vi entrarono.
Rimasi perplessa, non sapevo cosa fare: non avevo neppure una casa.
All’epoca, 1980, lavoravo undici, dodici ore al giorno avendo tre scuole dislocate in località diverse e una scuola privata, dove avevo riservato per me una stanzetta.
Misi in moto sperando che andassero via.
La più piccola scese e sparì.
Ora avrei capito subito, ma allora non conoscevo i cani.
Che ne faccio di questo rudere? Con quelle mammelle appese….E se mi crea problemi durante il viaggio? E’un randagio..Dove la porto?
La lasciai dov’era: a terra davanti al sedile anteriore e partii.
Cento km in cui guardai poco la strada, ma molto Gea che non sopportava l’auto, ma produceva solo bave, non sporcò il tappetino.
La portai da un veterinario il quale affermò che difficilmente sarebbe sopravvissuta a causa di una particolare malattia della pelle: non esistevano medicine, ma solo una crema che alcune farmacie preparavano.
Gea pian piano guarì, la tenevo nella stanzetta, la portavo fuori per una piccola passeggiata quando potevo, ma non sporcò mai in casa e neppure l’auto pur stando male.
Nonostante il via vai della gente, non abbaiava e pensai fosse muta. Aveva paura di tutto, in particolare delle ombre e si muoveva poco. A sera si metteva sotto il letto perché temeva l’ombra dell’abat-jour; quando spegnevo la luce saliva e rimaneva immobile ai miei piedi.
Una sera mi addormentai con la luce e una sigaretta accesa.
Non solo salì sul letto nonostante le ombre, ma mi svegliò abbaiando furiosamente.
Conservo ancora il pigiama con il buco prodotto dal fuoco della sigaretta.
E’ solo una breve tappa del mio viaggio con Gea.
Isadora

Pablo Neruda


Oltre a Cecco Durante, a Trilussa ecco anche Neruda .
By Isadora

Meticolosamente


GLU-GLU'

Si avvicinavano le feste natalizie, ed un contadino memore di qualche favore ricevuto, porto' in omaggio ai miei genitori due piccioni. Sembravano Stan Laurel ed Oliver Hardy tanto erano l'uno magro e l'altro grassottello. Al mio ritorno da scuola, frequentavo la terza elementare, grande fu la mia sorpresa e gioia non appena li vidi e cercai di prenderli. La reazione fu quella di essere scambiato per un vespasiano. La sorte per loro decretata fu sconvolta dai miei pianti e dalle mie suppliche oltre che dalle promesse di eterna vendetta ( e su quel lato non scherzavo). Ma nulla poterono. Costretto a giocarmi il tutto per tutto promisi solennemente che avrei studiato oltre ogni limite e il magrolino si salvo' in un bel cesto con del mangime. (Ero certo che sapevano che era un giuramento con il trucco, infatti quando nei giorni a seguire , si accorsero che le mie azioni erano ben altre, dissero che avevano fatto bene a non credermi e cominciarono le minaccie di ritorsioni sul piccione, ma ormai era troppo tardi si erano anch’essi affezionati alla bestiola). Fu cosi che, ottenuta la grazia, in seguito ad un lungo ed intrigatissimo discorso che gli feci, sembro' capirmi e pian pianino, giorno dopo giorno diventammo vieppu' affiatati e complici. Ebbe inizio la nostra amicizia. Giocavamo alla corsa intorno al tavolo: vinceva sempre Lei, si Lei, (perchè in seguito si scoprì che era una piccioncina), ma con l'inganno . Nel preciso istante in cui stavo per sorpassarla, fregandosene di tutte le regole sportive, tagliava corto e passava sotto il tavolo. Quando studiavo (i miei genitori gridavano al miracolo), la cosa doveva sembrargli strana, tant'e' che beccando beccando mi scioglieva i lacci delle scarpe, oppure volava sulla mia spalla e invitava al gioco pizzicandomi con il becco delicatamente le orecchie. La notte il suo posto preferito era sotto il mio letto e la mattina sembrava si svegliasse nello stesso istante. La mia influenza, la trasformò in una perfetta crocerossina . Si stabilì in pianta stabile, per tutto il tempo, sotto il letto, effettuando controlli frequenti, durante il giorno, di persona, volando sulle coperte per vedere lo stato del paziente. La visita era sempre corredata da una serie di raccomandazioni che lei, girando su se stessa e tubando a più non posso, non mancava di fare.
Durante la mia assenza mattutina, dovuta( haimè!!!) alla frequenza scolastica, si sistemava fra i giocattoli e guai all’incauto che si avvicinava: aveva in quel momento il becco proibito. All'ora del mio ritorno, quasi fosse munita di orologio, si metteva di vedetta sulla ringhiera del balcone pronta a volarmi incontro, non appena mi scorgeva, per posarsi sulla spalla, se non sulla testa, facendo così, insieme, l’ingresso trionfale in casa, mentre un tubare festoso chiedeva notizie sul tempo trascorso a scuola. Ma non finiva lì. Sorpassato il portone di casa la sua postazione era il pianerottolo, in cima alla scala, dove girandosi torno-torno tubando a piu' non posso mi dava il benvenuto ma forse era una sgridata, dolce-dolce, per averla lasciata sola. Se mio padre , come succedeva spesso e volentieri, era costretto a farmi qualche calda ramanzina a filo di pelle eccola pronta alla difesa, con svolazzamenti, beccate e poi, a me che piangevo, un tubare fitto-fitto per consolarmi. Con estrema facilità aveva imparato tanti modi per interagire con i miei giochi: faceva l'equilibrista su una cordicina tesa fra due sedie, entrava in guerra contro il fazzoletto bianco che io gli agitavo davanti, quasi muleta per lei nella parte di un torello. Diventava una squisita passeggera sulle mie automobiline, dove io la invitavo a salire mettendogli un piccolo pezzo di stoffa sulla testa a mo di civettuolo cappellino. Un altro gioco che preferiva era quello di nascondermi degli oggetti. La cosa avveniva sempre quando io, intento a giocare con il “Meccano”, non gli davo molto spazio. Allora prendeva qualche pezzo e lo andava a nascondere fra gli altri giocattoli. Il risultato era quello che, costretto a ritrovare il pezzo, finivo con il giocare con lei, infatti, trovato il pezzo, bisognava fare il tiramolla per farglielo lasciare visto che sapeva reggerlo sia sotto la zampa che con il becco. E non era stupida, sapeva reagire se qualcuno cercava di prendersi gioco di lei. Lo apprese a sue spese il salumiere che aveva il negozio sotto casa, il quale sapendo che era ghiotta di riso ne prese una manciata e gliela offri' sul palmo della mano, ma al momento in cui lei stava per beccare il primo chicco lui chiuse la mano a pugno. Al secondo tentativo GLU-GLU (questo era il nome del colombo), capita l'intenzione, continuo' il volo ed il buon uomo dovette darsi una bella lavata alla testa. Fu anche l’ospite d’onore alla recita scolastica, dove si esibì fra l 'altro anche nella corrida con il fazzoletto suscitanto l’ilarità delle buone suore e il plauso dei miei piccoli amici.
Quando purtroppo il buon Dio volle chiamare a se la mia zia materna, Maria, Glu-Glu per ragioni di opportunità fu confinata per alcuni giorni in casa dei miei zii. Per lei, questa separazione fu intesa come un tradimento. In quei giorni rifiutò il cibo e quando ritornò a casa dopo avermi fatto una mezzora di rimproveri , a modo suo, un pò smagrita, riprese di buona lena a mangiare, stando ben attenta a non perdermi di vista.
Purtroppo tutte le cose belle, chissa' perche', sono destinate a finire.
No, GLU-GLU non ando' via, semplicemente un giorno volo' molto piu' in alto la vide il Buon Dio e la invito' a restare.
Ma io sono sicuro che di tanto in tanto ottiene il permesso per venire a trovare il suo vecchio amico per fargli qualche dispettuccio, per dirgli: "sono qui non avere paura" e gli scioglie per l'ennesima volta le scarpe, gli nasconde qualche piccolo oggetto, gli solletica il naso con la punta dell'ala, gli da' la beccatina affettuosa al lobo dell'orecchio e nei momenti bui fa si che il suo tubare mi raggiunga e mi rassereni. Ciao GLU-GLU'.
adbc