Il cane muto
Trovai Gea che vagava in campagna. Era spenta, lenta, le mancava il pelo in molte parti del corpo, aveva certo dato da poco alla luce dei cuccioli e si accompagnava ad un’altra cagna più piccola di lei, ma molto vispa.
Mi si avvicinarono entrambe, mi seguirono fino all’auto e vi entrarono.
Rimasi perplessa, non sapevo cosa fare: non avevo neppure una casa.
All’epoca, 1980, lavoravo undici, dodici ore al giorno avendo tre scuole dislocate in località diverse e una scuola privata, dove avevo riservato per me una stanzetta.
Misi in moto sperando che andassero via.
La più piccola scese e sparì.
Ora avrei capito subito, ma allora non conoscevo i cani.
Che ne faccio di questo rudere? Con quelle mammelle appese….E se mi crea problemi durante il viaggio? E’un randagio..Dove la porto?
La lasciai dov’era: a terra davanti al sedile anteriore e partii.
Cento km in cui guardai poco la strada, ma molto Gea che non sopportava l’auto, ma produceva solo bave, non sporcò il tappetino.
La portai da un veterinario il quale affermò che difficilmente sarebbe sopravvissuta a causa di una particolare malattia della pelle: non esistevano medicine, ma solo una crema che alcune farmacie preparavano.
Gea pian piano guarì, la tenevo nella stanzetta, la portavo fuori per una piccola passeggiata quando potevo, ma non sporcò mai in casa e neppure l’auto pur stando male.
Nonostante il via vai della gente, non abbaiava e pensai fosse muta. Aveva paura di tutto, in particolare delle ombre e si muoveva poco. A sera si metteva sotto il letto perché temeva l’ombra dell’abat-jour; quando spegnevo la luce saliva e rimaneva immobile ai miei piedi.
Una sera mi addormentai con la luce e una sigaretta accesa.
Non solo salì sul letto nonostante le ombre, ma mi svegliò abbaiando furiosamente.
Conservo ancora il pigiama con il buco prodotto dal fuoco della sigaretta.
E’ solo una breve tappa del mio viaggio con Gea.
Isadora
