
GLU-GLU'
Si avvicinavano le feste natalizie, ed un contadino memore di qualche favore ricevuto, porto' in omaggio ai miei genitori due piccioni. Sembravano Stan Laurel ed Oliver Hardy tanto erano l'uno magro e l'altro grassottello. Al mio ritorno da scuola, frequentavo la terza elementare, grande fu la mia sorpresa e gioia non appena li vidi e cercai di prenderli. La reazione fu quella di essere scambiato per un vespasiano. La sorte per loro decretata fu sconvolta dai miei pianti e dalle mie suppliche oltre che dalle promesse di eterna vendetta ( e su quel lato non scherzavo). Ma nulla poterono. Costretto a giocarmi il tutto per tutto promisi solennemente che avrei studiato oltre ogni limite e il magrolino si salvo' in un bel cesto con del mangime. (Ero certo che sapevano che era un giuramento con il trucco, infatti quando nei giorni a seguire , si accorsero che le mie azioni erano ben altre, dissero che avevano fatto bene a non credermi e cominciarono le minaccie di ritorsioni sul piccione, ma ormai era troppo tardi si erano anch’essi affezionati alla bestiola). Fu cosi che, ottenuta la grazia, in seguito ad un lungo ed intrigatissimo discorso che gli feci, sembro' capirmi e pian pianino, giorno dopo giorno diventammo vieppu' affiatati e complici. Ebbe inizio la nostra amicizia. Giocavamo alla corsa intorno al tavolo: vinceva sempre Lei, si Lei, (perchè in seguito si scoprì che era una piccioncina), ma con l'inganno . Nel preciso istante in cui stavo per sorpassarla, fregandosene di tutte le regole sportive, tagliava corto e passava sotto il tavolo. Quando studiavo (i miei genitori gridavano al miracolo), la cosa doveva sembrargli strana, tant'e' che beccando beccando mi scioglieva i lacci delle scarpe, oppure volava sulla mia spalla e invitava al gioco pizzicandomi con il becco delicatamente le orecchie. La notte il suo posto preferito era sotto il mio letto e la mattina sembrava si svegliasse nello stesso istante. La mia influenza, la trasformò in una perfetta crocerossina . Si stabilì in pianta stabile, per tutto il tempo, sotto il letto, effettuando controlli frequenti, durante il giorno, di persona, volando sulle coperte per vedere lo stato del paziente. La visita era sempre corredata da una serie di raccomandazioni che lei, girando su se stessa e tubando a più non posso, non mancava di fare.
Durante la mia assenza mattutina, dovuta( haimè!!!) alla frequenza scolastica, si sistemava fra i giocattoli e guai all’incauto che si avvicinava: aveva in quel momento il becco proibito. All'ora del mio ritorno, quasi fosse munita di orologio, si metteva di vedetta sulla ringhiera del balcone pronta a volarmi incontro, non appena mi scorgeva, per posarsi sulla spalla, se non sulla testa, facendo così, insieme, l’ingresso trionfale in casa, mentre un tubare festoso chiedeva notizie sul tempo trascorso a scuola. Ma non finiva lì. Sorpassato il portone di casa la sua postazione era il pianerottolo, in cima alla scala, dove girandosi torno-torno tubando a piu' non posso mi dava il benvenuto ma forse era una sgridata, dolce-dolce, per averla lasciata sola. Se mio padre , come succedeva spesso e volentieri, era costretto a farmi qualche calda ramanzina a filo di pelle eccola pronta alla difesa, con svolazzamenti, beccate e poi, a me che piangevo, un tubare fitto-fitto per consolarmi. Con estrema facilità aveva imparato tanti modi per interagire con i miei giochi: faceva l'equilibrista su una cordicina tesa fra due sedie, entrava in guerra contro il fazzoletto bianco che io gli agitavo davanti, quasi muleta per lei nella parte di un torello. Diventava una squisita passeggera sulle mie automobiline, dove io la invitavo a salire mettendogli un piccolo pezzo di stoffa sulla testa a mo di civettuolo cappellino. Un altro gioco che preferiva era quello di nascondermi degli oggetti. La cosa avveniva sempre quando io, intento a giocare con il “Meccano”, non gli davo molto spazio. Allora prendeva qualche pezzo e lo andava a nascondere fra gli altri giocattoli. Il risultato era quello che, costretto a ritrovare il pezzo, finivo con il giocare con lei, infatti, trovato il pezzo, bisognava fare il tiramolla per farglielo lasciare visto che sapeva reggerlo sia sotto la zampa che con il becco. E non era stupida, sapeva reagire se qualcuno cercava di prendersi gioco di lei. Lo apprese a sue spese il salumiere che aveva il negozio sotto casa, il quale sapendo che era ghiotta di riso ne prese una manciata e gliela offri' sul palmo della mano, ma al momento in cui lei stava per beccare il primo chicco lui chiuse la mano a pugno. Al secondo tentativo GLU-GLU (questo era il nome del colombo), capita l'intenzione, continuo' il volo ed il buon uomo dovette darsi una bella lavata alla testa. Fu anche l’ospite d’onore alla recita scolastica, dove si esibì fra l 'altro anche nella corrida con il fazzoletto suscitanto l’ilarità delle buone suore e il plauso dei miei piccoli amici.
Quando purtroppo il buon Dio volle chiamare a se la mia zia materna, Maria, Glu-Glu per ragioni di opportunità fu confinata per alcuni giorni in casa dei miei zii. Per lei, questa separazione fu intesa come un tradimento. In quei giorni rifiutò il cibo e quando ritornò a casa dopo avermi fatto una mezzora di rimproveri , a modo suo, un pò smagrita, riprese di buona lena a mangiare, stando ben attenta a non perdermi di vista.
Purtroppo tutte le cose belle, chissa' perche', sono destinate a finire.
No, GLU-GLU non ando' via, semplicemente un giorno volo' molto piu' in alto la vide il Buon Dio e la invito' a restare.
Ma io sono sicuro che di tanto in tanto ottiene il permesso per venire a trovare il suo vecchio amico per fargli qualche dispettuccio, per dirgli: "sono qui non avere paura" e gli scioglie per l'ennesima volta le scarpe, gli nasconde qualche piccolo oggetto, gli solletica il naso con la punta dell'ala, gli da' la beccatina affettuosa al lobo dell'orecchio e nei momenti bui fa si che il suo tubare mi raggiunga e mi rassereni. Ciao GLU-GLU'.
Durante la mia assenza mattutina, dovuta( haimè!!!) alla frequenza scolastica, si sistemava fra i giocattoli e guai all’incauto che si avvicinava: aveva in quel momento il becco proibito. All'ora del mio ritorno, quasi fosse munita di orologio, si metteva di vedetta sulla ringhiera del balcone pronta a volarmi incontro, non appena mi scorgeva, per posarsi sulla spalla, se non sulla testa, facendo così, insieme, l’ingresso trionfale in casa, mentre un tubare festoso chiedeva notizie sul tempo trascorso a scuola. Ma non finiva lì. Sorpassato il portone di casa la sua postazione era il pianerottolo, in cima alla scala, dove girandosi torno-torno tubando a piu' non posso mi dava il benvenuto ma forse era una sgridata, dolce-dolce, per averla lasciata sola. Se mio padre , come succedeva spesso e volentieri, era costretto a farmi qualche calda ramanzina a filo di pelle eccola pronta alla difesa, con svolazzamenti, beccate e poi, a me che piangevo, un tubare fitto-fitto per consolarmi. Con estrema facilità aveva imparato tanti modi per interagire con i miei giochi: faceva l'equilibrista su una cordicina tesa fra due sedie, entrava in guerra contro il fazzoletto bianco che io gli agitavo davanti, quasi muleta per lei nella parte di un torello. Diventava una squisita passeggera sulle mie automobiline, dove io la invitavo a salire mettendogli un piccolo pezzo di stoffa sulla testa a mo di civettuolo cappellino. Un altro gioco che preferiva era quello di nascondermi degli oggetti. La cosa avveniva sempre quando io, intento a giocare con il “Meccano”, non gli davo molto spazio. Allora prendeva qualche pezzo e lo andava a nascondere fra gli altri giocattoli. Il risultato era quello che, costretto a ritrovare il pezzo, finivo con il giocare con lei, infatti, trovato il pezzo, bisognava fare il tiramolla per farglielo lasciare visto che sapeva reggerlo sia sotto la zampa che con il becco. E non era stupida, sapeva reagire se qualcuno cercava di prendersi gioco di lei. Lo apprese a sue spese il salumiere che aveva il negozio sotto casa, il quale sapendo che era ghiotta di riso ne prese una manciata e gliela offri' sul palmo della mano, ma al momento in cui lei stava per beccare il primo chicco lui chiuse la mano a pugno. Al secondo tentativo GLU-GLU (questo era il nome del colombo), capita l'intenzione, continuo' il volo ed il buon uomo dovette darsi una bella lavata alla testa. Fu anche l’ospite d’onore alla recita scolastica, dove si esibì fra l 'altro anche nella corrida con il fazzoletto suscitanto l’ilarità delle buone suore e il plauso dei miei piccoli amici.
Quando purtroppo il buon Dio volle chiamare a se la mia zia materna, Maria, Glu-Glu per ragioni di opportunità fu confinata per alcuni giorni in casa dei miei zii. Per lei, questa separazione fu intesa come un tradimento. In quei giorni rifiutò il cibo e quando ritornò a casa dopo avermi fatto una mezzora di rimproveri , a modo suo, un pò smagrita, riprese di buona lena a mangiare, stando ben attenta a non perdermi di vista.
Purtroppo tutte le cose belle, chissa' perche', sono destinate a finire.
No, GLU-GLU non ando' via, semplicemente un giorno volo' molto piu' in alto la vide il Buon Dio e la invito' a restare.
Ma io sono sicuro che di tanto in tanto ottiene il permesso per venire a trovare il suo vecchio amico per fargli qualche dispettuccio, per dirgli: "sono qui non avere paura" e gli scioglie per l'ennesima volta le scarpe, gli nasconde qualche piccolo oggetto, gli solletica il naso con la punta dell'ala, gli da' la beccatina affettuosa al lobo dell'orecchio e nei momenti bui fa si che il suo tubare mi raggiunga e mi rassereni. Ciao GLU-GLU'.
adbc


